Stamattina il termometro segnava -7°C, ma adesso a mezzogiorno, al sole si sta proprio bene.
Sul cancello aperto c’è una scritta: “ARBEIT MACHT FREI”. Qualcosa tipo “IL LAVORO RENDE LIBERI”. Entro e tocco il cancello assicurandomi che rimanga aperto.

Vado subito al museo e ci sto un bel po’, cercando di far allontanare un gruppo rumoroso di spagnoli, arrivati con il mio stesso treno.
Quando esco dal museo mi trovo sul piazzale, il piazzale dell’appello.
Non c’è più tantissima gente e posso tornare indietro nel tempo, posso vedere tutto in bianco e nero, posso far muovere le foto dell’esposizione che ho appena visto.
E allora immagino i prigionieri in piedi nel piazzale. Per un’ora se andava tutto bene, per molto di più, se mancava qualcuno. Almeno due volte al giorno. Con addosso la giacca a righe. Senza poter aiutare il numero successivo, il vicino, svenuto o assiderato. Sotto legge marziale, in custodia protettiva, come la chiamavano.

Avevano gli occhi di ragazzini, gli occhi di adulti, gli occhi di vecchi e gli occhi addosso di qualche ragazzino, dalle torrette. E delle ronde, che percorrevano il vialetto tra la recinzione e il fiume.


Dietro al museo, che un tempo era il centro di registrazione dei nuovi arrivati, c’è il bunker, la prigione. Le celle misureranno sì e no due metri per due, alcune sono oscurate. Su una c’è una scritta:“Era una detenzione di massima sicurezza, 8 interi mesi al buio. Nessun esercizio. Letto duro. Nudo legno. Tre giorni: acqua e un pezzo di pane. Poi un giorno il cibo dei prigionieri. Solo una scodella di latta e un cucchiaio. Nessuna forchetta. Nessun coltello. Nessun lavandino. Nessun sapone. Niente.”. Entro nella sala degli interrogatori, con muri doppi e doppia porta, per nascondere le urla, come nei film. Come nei film...

Lascio le prigioni e vado verso il viale centrale. Passo di nuovo attraverso il piazzale dell’appello. Il sole è ancora piuttosto alto, ma si è alzato un vento gelido. Mentre metto il cappello di lana e i guanti e chiudo bene il mio giacchetto, penso di nuovo alle giacche zebrate, alle mani nude, alle scarpe rotte.
Il viale, delimitato da pioppi, separava le due fila di baracche, i dormitori. Oggi ne sono rimaste in piedi solamente due, le prime due; le altre credo siano state demolite subito dopo la liberazione, ma non ne sono sicuro.
Alla fine del viale c’è una cappella. Non ci vado, vado direttamente verso il Krematorium.

Si trova appena fuori il campo, al di là del fiumiciattolo. Una lapide lo annuncia, il suo camino lo urla.

E’ molto diverso da come l’immaginavo.
La violenza che si respira in tutto il lager è travolgente, ma qui raggiunge sicuramente il suo massimo. Il Krematorium rappresenta il fulcro della violenza razionale. L’edificio è relativamente piccolo, ma funzionale. E’ diviso in 5 settori.
Il primo, semiaperto, all’estremità sinistra è la sala della disinfestazione, dove tutti i vestiti venivano distrutti con gli acidi, per scongiurare le epidemie.
Accanto, verso il centro dell’edificio, c’è la sala d’attesa. La sala in cui i prigionieri venivano condotti e dove attendevano il proprio turno. Per la doccia, dicevano le guardie. Il loro turno per la doccia.
In effetti nella sala accanto le docce ci sono, ma sono finte. Ciò che invece è vero, è il sistema dei tubi di gas. Qui a Dachau, sebbene funzionante, la camera a gas non è mai stata usata per uccisioni di massa, ma era in questa sala che spesso avvenivano le esecuzioni.

I corpi venivano quindi portati nella sala successiva, quella dei forni. Ce ne sono quattro di forni ed ognuno può ospitare due o tre corpi contemporaneamente. Le barelle che per metà escono fuori mi fanno gelare il sangue.

L’ultima stanza, infine, all’altra estremità dell’edificio, è la “sala dei morti”. Qui venivano accumulati a decine, in attesa della crematura, i cadaveri dei prigionieri morti di fame, di freddo, di malattie e quelli ammazzati altrove.
Qui è tutto perfettamente e rigorosamente logico, organizzato.
Esco. Rimango un po’ qui intorno, nel boschetto dietro l’edificio. Cammino tra le fosse comuni, le tombe di cenere. Ci crescono sopra delle piante non molto curate. E respiro.


Dopo un po’ di tempo, complice il freddo, mi avvio verso il piazzale.
Il sole adesso è calato, e quando sono le cinque, uno dei custodi mi invita ad uscire.
Da fuori faccio un’ultima foto, all’ingresso, a quel cancello che ora è sempre aperto.

E mentre percorro il viale che mi porta al bus, io respiro...., respiro....., respiro..... e sento che la cenere che ho respirato oggi rimarrà per sempre qui, dentro di me.


4 commenti:
eccomi..con un bel commento fresco fresco.....lager..che esperienza!!!!!!!!
bravo il nostro sandro!!!!!!!!!
ciao ciao
sono 5 minuti che cerco di scrivere un commento ma non trovo le parole. bel post. ciao sandro.
E' difficile, davvero difficile trovare le parole.
Hai già detto tutto tu, con le emozioni che ci hai trasmesso.
Grazie per averci fatto partecipi.
Ciao Sandro.
La ringrazio per intiresnuyu iformatsiyu
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